Siena e dintorni

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CENTRO CITTA’

Siena è la città dell’eterno stupore, il cui centro storico è stato iscritto nel Patrimonio Mondiale dell’umanità nel 1995, ma anche i suoi “dintorni” non sono da meno. Per visitare la città di Siena a piedi, si può partire dalla grande Basilica di San Francesco dove, nel 1402, divenne frate francescano Benardino Albizzeschi, il futuro San Bernardino, al quale è dedicato l’Oratorio sul lato destro della Piazza. Proseguendo il percorso tra i vicoli in pendenza di questo rione, si arriva alla Basilica di Santa Maria in Provenzano, costruita alla fine del Cinquecento per custodire un’immagine della Madonna che aveva fatto alcuni miracoli: a questa Madonna è dedicato il Palio del 2 luglio. Si scende fino a via Banchi di Sotto: nel medioevo lungo questa via si trovavano numerosi ‘banchi’ di commercianti e soprattutto di cambia monete. Attraverso il vicolo dei Pollaioli, si arriva nel cuore della città: Piazza del Campo. Ha la forma di una grande conchiglia di mattoni rossi divisa in 9 spicchi. Si chiama “Il Campo” perché, tanto tempo fa, era un grande prato che ospitava mercati, fiere, assemblee e feste. E’ il cuore della città, qui il 2 luglio ed il 16 agosto di ogni anno, si corre il Palio: la corsa di cavalli preceduta da uno splendido corteo storico. Alla fine del Duecento, i Nove Signori, che governavano la città, costruirono il Palazzo Pubblico che fu inaugurato, secondo la tradizione, nel 1310. Tutti gli altri edifici dovevano seguire una regola, che vietava di costruire balconi e prevedeva finestre bifore o trifore. Dal numero dei governanti derivano i nove spicchi della piazza che assume una suggestiva forma a conchiglia. Nel punto più basso c’è il “gavinone”, un’apertura chiusa da una grata in bronzo simile a un cespuglio e eseguita da Massimo Lippi. Il Palazzo Pubblico invece venne costruito alla fine del Duecento per ospitare i Nove Signori che governavano la Repubblica di Siena. Al suo interno c’è il Museo Civico: è consigliabile andarlo a vedere perché si possono scoprire tante opere d’arte che hanno per protagonisti re, regine, dame, cavalieri, virtù e mostri. Di fronte al Palazzo si trova una colonna con una Lupa con i gemelli. Secondo una famosa leggenda, nell’VIII secolo avanti Cristo, Senio e Aschio, figli di Remo, fuggirono da Roma e dal crudele zio Romolo. Scappa scappa, si fermarono vicino al fiume Tressa e costruirono una città. I due fratelli per ringraziare gli dei Apollo e Diana, accesero un gran fuoco sopra gli altari. Con loro stupore, il fumo divenne bianco e nero, i colori dello stemma della città che avevano appena fondato: Siena. A sinistra del Palazzo c’è la Torre del Mangia perché il Campanaro aveva come soprannome Mangiaguadagni, per il suo compenso esagerato; la torre è alta 102 metri. Percorrendo il vicolo delle Scotte si arriva al ghetto, la zona della città in cui furono rinchiusi gli ebrei a partire dal ‘500. Al n. 14 di vicolo delle Scotte c’è la Sinagoga. Si prosegue per via Salicotto, fino alla piazzetta A. Franchi, dove si può ammirare il panorama sull’Orto dè Pecci. La piazza ospita la Fontanina della Torre, dove i bambini ricevono il battesimo contradaiolo, in segno di appartenenza alla contrada. Lungo via dei Pispini si trova una fontana, che deve il suo nome ai beccucci da cui sgorga l’acqua, detti “pispinelli”. Arrivati in Piazza Manzoni, si apre davanti al turista un vasto panorama sulla città. Ci si trova davanti alla Basilica di San Clemente in Santa Maria dei Servi, all’interno della quale si può vedere il  dipinto che il fiorentino Coppo di Marcovaldo realizzò nel 1261 per riavere la sua libertà. Infatti l’anno precedente era stato fatto prigioniero dai senesi nella Battaglia di Montaperti e, non avendo i soldi, pagò il proprio riscatto con quest’opera. Attraversando il cancellone dell’ex Ospedale Psichiatrico e facendo un po’ di attenzione a scendere il viottolo sterrato, si arriva all’Orto dè Pecci. A pochi metri da Piazza del Campo si può assistere ad uno straordinario spettacolo di falconeria. Percorrendo la ripida strada che ci si trova davanti per giungere in piazza del Mercato, si scoprirà che al centro della Piazza c’è il Tartarugone, il suo tetto ricorda infatti la corazza di una tartaruga. In via G. Dupré il 19 marzo l’Onda festeggia S. Giuseppe, si possono quindi trovare bancarelle che vendono le “frittelle di riso” oppure i “carretti” coi colori delle Contrade. Percorrendo un tratto di via P. A. Mattioli, alla sinistra si trova l’ingresso dell’Orto Botanico, dove ci sono tante piante particolari. Ci si trova più avanti nel Prato di Sant’Agostino con una splendida vista sulla città. Si possono scoprire le opere d’arte, gli artisti, i santi e le reliquie misteriose conservate tra le mura della grande chiesa. Si prosegue per via Delle Cerchia, al n. 50 c’è murata la testa in marmo di Giomo (che pare sia un fantasma che infesta la città). Fermandosi davanti alla Chiesa di Santa Lucia ed immaginando di essere al 13 dicembre, si possono scorgere queste vie che si popolano di bambini e di bancarelle che vendono le “campanine” con i colori delle Contrade. Scendendo lungo Via delle Sperandie, se si percorre il vialetto che si trova alla sinistra in fondo alla strada, e si cerca tra le piante, si scopre un’antica fonte: la Fonte delle Monache. Continuando il percorso verso Porta San Marco, lungo la strada si possono incontrare pittori e giovani artisti che riproducono la campagna senese che si apre davanti agli occhi; Porta San Marco, costruita nel Duecento, e le mura (alte fino a 9 metri), la difendevano dagli attacchi dei nemici. Percorsa via San Marco, si giunge in Pian dei Mantellini, che prende il nome dal mantello corto indossato dai monaci della Chiesa di S. Niccolò al Carmine, presente in questa via. Andando verso il Fosso di Sant’Ansano, strada silenziosa, con una splendida vista sulla valle sottostante, si scoprirà che qui, secondo la leggenda, fu preparata la caldaia di olio bollente per uccidere Ansano, il futuro patrono della città, ma quando il condannato entrò dentro, il recipiente dell’olio smise di bollire. Attraversato il Vicolo di San Girolamo, si giunge in Piazza Duomo. La Cattedrale, dedicata alla Madonna, è stata costruita a partire dal XII secolo. Dedicato alla Madonna Assunta, fu consacrato, secondo la tradizione nel 1179 da papa Alessandro III, tuttavia i lavori di costruzione proseguirono durante il XIII secolo. Tra il 1284 e il 1296 Giovanni Pisano fu capomastro della cattedrale: a lui si deve anche la decorazione scultorea inferiore della facciata con Profeti, Sibille e Filosofi, perfettamente inserite nel contesto architettonico. Le statue originali sono state sostituite da copie e conservate nel Museo dell’Opera. Nella facciata dominano i colori bianco, verde scuro, rosa, oro, nuovamente riportato alla luce grazie ad un recente intervento di restauro. Come all’esterno, il paramento interno è a fasce marmoree bianche e nere. Numerosi sono i capolavori presenti, a partire dal pavimento, un esempio unico nella storia della pavimentazione lapidea, con oltre 50 commessi marmorei istoriati ed eseguiti con la tecnica del graffito e della tarsia. Tra il 1265 e il 1268 Nicola Pisano realizzò il Pulpito, in cui le oltre 200 figure che animano la composizione sono capaci di manifestare i sentimenti umani. Tuttavia nel corso dei secoli grandi artisti hanno contribuito a rendere unica la cattedrale senese: Donatello, Michelangelo, Gian Lorenzo Bernini. Degna di nota è anche la Libreria Piccolomini in cui l’artista umbro Pinturicchio narra, con il gusto per la descrizione e l’accuratezza dei dettagli, scene della vita di Pio II. Davanti alla Cattedrale c’è lo Spedale di Santa Maria della Scala. L’antico edificio oggi è stato trasformato in un grande museo dove si può vedere dove venivano accolti i pellegrini nel medioevo, come venivano curati i malati, si può scendere nei “labirinti” più segreti scavati nel tufo, dove sono conservati reperti etruschi e romani. Si può anche cercare il luogo in cui Santa Caterina trascorreva la notte dopo aver accudito gli appestati. Giunti in piazza Jacopo della Quercia, si può notare una costruzione imponente: è il Facciatone, ovvero la facciata principale del Duomo Nuovo che i Senesi volevano costruire, ma a causa della peste del 1348 e per motivi di stabilità il progetto venne abbandonato. Parte della costruzione oggi è stata inglobata dal Museo dell’Opera del Duomo all’interno del quale si può ammirare la Maestà di Duccio di Buoninsegna. Alla sinistra si trova il Battistero, dedicato a S.Giovanni Battista, che conserva un fonte battesimale realizzato dai più importanti scultori italiani del Rinascimento. Proseguendo per via di Diacceto, e ammirando lo splendido panorama su Fontebranda, si percorre la ripidissima via della Galluzza che porta direttamente alla Casa Santuario di Santa Caterina. Proprio nella piazzetta di fianco si possono vedere i bambini dell’Oca che si allenano a suonare il tamburo e a “girare” la bandiera. Salendo la scalinata sotto al dirupo di tufo che sostiene la Basilica di San Domenico, il tragitto è piuttosto ripido. Ci si trova davanti alla chiesa domenicana, ricca di capolavori artistici, dove è conservata la reliquia della testa di Santa Caterina da Siena. Proseguendo fino al Parco delle Rimembranze, si incontra un luogo in cui ci sono presenti molti elementi sorprendenti: il “labirinto” di cespugli, le “panchine d’acqua”, la “pista dei Barberi”, il gioco più amato dai bambini senesi. La pista del giardino è una scultura di Riccardo Grazzi, che nella parte superiore rappresenta Piazza del Campo ed è formata da una spirale di 3 anelli, i quali corrispondono ai 3 giri della corsa del Palio. La Fortezza cinquecentesca è il posto ideale per nascondersi tra i cespugli, gli alberi e le fontane. Se si va ai giardini della Lizza, si può passeggiare tra viali alberati, sedersi sulle panchine, o giocare con i cavalli in bronzo di Sandro Chia. Si attraversa quindi piazza Gramsci fino a scendere il ripido pendio di Vallerozzi, poi si prende a sinistra, verso il chiasso coperto detto via del Lavatoio: era il percorso usato dalle donne di Vallerozzi per scendere alla Fonte Nuova d’Ovile a lavarvi i panni. La fonte, costruita alla fine del XIII secolo, si riconosce per i grandi archi a sesto acuto. Si passa accanto alla Chiesa di San Rocco Confessore dove c’è la Fontanina della Lupa. Proseguendo per via Vallerozzi si giunge a Porta Ovile per prendere la ripida via del Comune, con le case addossate le une sulle altre come una gradinata. In cima alla ripida salita ci si può riposare approfittando della panchina davanti alla Fontanina del Bruco. Nel Palazzo di fronte una donna è affacciata alla finestra: davanti a lei pende un melograno con sopra un piccolo bruco. Si tratta infatti di una scultura di Pier Luigi Olla realizzata per la Contrada del Bruco. Si possono notare lungo la strada moltissimi tabernacoli con l’immagine della Madonna. In questo angolo di campagna nel centro della città si è mantenuta una delle caratteristiche principali della Siena medievale: l’alternanza fra aree verdi e luoghi abitati. Prende il nome dalla potente famiglia Pagliaresi che vi abitava nel XIV secolo, ma comunemente è chiamata via di Cane e Gatto, in ricordo delle baruffe che vi si svolgevano a causa delle rivalità che dividevano le famiglie di questo quartiere. A metà della via si allunga il vicolo degli Orefici, una strada senza sfondo, stretta e silenziosa, quasi sempre deserta, fatta di archi e case antiche che, solo raramente, lasciano filtrare il sole. Da via Pagliaresi si va a destra, verso il Ponte di Romana. Attraversando l’Arco di San Maurizio, antica porta del XII secolo, e, scendendo via San Girolamo, si costeggia la Fonte di San Maurizio, costruita agli inizi del Trecento e modificata nei secoli successivi. Si percorre la salita di via dei Servi, che, nel tratto finale, attraversa due filari di cipressi che ornano il Pratino. Si salgono le scale della Basilica, situata in uno dei punti più alti di Siena, per godere di un panorama mozzafiato. Proseguendo il percorso in direzione di Porta Romana, la cui costruzione ebbe inizio nel 1327, si attraversa il cancello dell’ex Ospedale Psichiatrico. Costruito sul finire del XIX secolo sui resti del Convento trecentesco di San Niccolò, l’ospedale ebbe uno sviluppo rapidissimo e si trasformò in una vera e propria “città della follia” con strade, botteghe di artigiani, cucine, lavanderie, seguendo le nuove teorie di cura basate sul lavoro. Mirabile è la vista verso Piazza del Mercato con il suo Tartarugone e la Loggia di Palazzo Pubblico, il cui nucleo originario si affacciava proprio sul Mercato Vecchio. Fu costruita nel XIV secolo su richiesta delle famiglie del Terzo di Città e dette nome al vicolo che la fiancheggia. Si raggiunge percorrendo le stradine strette, irte e serpeggianti che si snodano dalla Piazza del Mercato quando si risale il vicolo di San Salvatore. Tipico ambiente chiuso medievale che costeggia il retro dei palazzi nobiliari di via di Città, vi si accede dal vicolo di Tone. Forse costruito sui resti di un’antica strada romana, vicolo dei Percennesi rimane l’unico luogo in cui sia ancora possibile osservare i caratteristici merli ghibellini a coda di rondine che si innalzano sull’antica rocca di Palazzo Chigi-Saracini. Prima di proseguire per via del Castoro a destra si trova il Palazzo delle Papesse. Risalendo una strada abbastanza ripida, si raggiunge piazza Jacopo della Quercia. La piazza si trova su quella che doveva essere la navata centrale del Duomo Nuovo, secondo un ambizioso progetto rimasto incompiuto sia per la peste del 1348, che per motivi strutturali. Fontebranda è l’antica fonte celebrata da Dante. Fin dal medioevo questa zona è stata la sede di insediamenti artigiani e successivamente dei macelli pubblici, oggi recuperati per ospitare la prima cittadella dell’artigianato: SienArtefice. Maestri orafi, vetrai, ceramisti, tipografi lavorano usando le antiche tecniche della tradizione senese, trasferendo nei manufatti la passione per la loro arte. In passato il vicolo di Camporegio era un semplice viottolo sterrato detto Costa del Serpe, probabilmente dalla presenza dei serpenti tra la vegetazione spontanea che ricopriva la scoscesa. Ci si trova davanti alla chiesa domenicana, ricca di capolavori artistici, in cui è conservata la reliquia della testa di Santa Caterina da Siena. Si prosegue fino ad una “terrazza” da cui si può godere di un vasto panorama: a sinistra domina l’imponenza del convento e della Basilica di San Domenico, mentre sullo sfondo spicca il Duomo. Ci si trova nell’elegante quartiere di San Prospero, ricco di villette in stile Liberty e abbellito dal Parco delle Rimembranze. E’ il primo tratto del tracciato urbano dell’antica via Francigena, che nel lontano passato univa il nord Europa a Roma. Lungo la strada fiorirono numerose botteghe, banchi dei cambiamonete, taverne, scuderie e spedali. I pellegrini di passaggio a Siena, stanchi del viaggio, potevano riposare alla Magione, mentre la chiesa di S. Pietro alla Magione offriva loro il conforto per lo spirito. La chiesa conserva ancora la facciata romanica. All’inizio di via Campansi si gode di un vasto panorama sui colli del Chianti, costeggiati da ville e poderi, e il profilo della Basilica dell’Osservanza. Si prosegue poi per via del Pignattello. Nel Medioevo questa strada era popolata dai vasai che producevano le pignatte, piccole scodelle di ceramica o terracotta che, munite d’olio e di stoppino, erano usate per l’illuminazione delle abitazioni. Si gira a sinistra in via degli Umiliati per giungere al cancello di Villa Rubini. Percorso il vialetto pergolato da piante di vite, si arriva ad una terrazza da cui si domina la città: dalla Basilica di San Francesco lo sguardo si sposta verso la mole della cupola di Provenzano. Proseguendo per via Vallerozzi, si arriva a Porta Ovile per prendere la ripida via del Comune, una delle strade più pittoresche di Siena con le case addossate le une sulle altre come una gradinata. Arrivati in Piazza S.Francesco, si osserva la chiesa francescana all’interno della quale sono conservate le Sacre Particole, che si mantengono intatte da quasi tre secoli. Sulla piazza si affaccia anche l’Oratorio di San Bernardino, costruito nel luogo dove il Santo predicava ai fedeli mostrando la tavoletta col sole raggiato e le lettere “IHS” (abbreviazione del nome di Gesù in greco). L’oratorio ospita anche il Museo Diocesano di Arte Sacra. Si scende nel vicolo del Fontino, un chiasso coperto in cui recentemente è stata ritrovata una fonte costruita nel XVI secolo per le necessità dei pellegrini che andavano a visitare la cosiddetta ‘Casa dei Miracoli’ in Provenzano. Si racconta che in una casa di questo povero rione fosse murata una Pietà in terracotta smaltata, collocata da Santa Caterina da Siena. Il 2 luglio 1552 un soldato spagnolo sparò alla terracotta. Rimase soltanto il busto della Madonna. Si decise così di costruire un santuario che conservasse la sacra immagine. Il Palio del 2 Luglio viene corso in onore della Madonna di Provenzano. Tra i Vicoli della Torre e del Coltellinaio domina l’elegante Palazzo Tolomei costruito in pietra grigia e ingentilito da bifore. Si è così arrivati nella piazza familiarmente detta dai senesi “Piazza del Monte”, per essere interamente occupata dagli edifici del Monte dei Paschi di Siena. Si prosegue verso via delle Terme, dove in epoca romana dovevano esserci degli edifici termali, per giungere in via di Città, la strada che conduceva al nucleo antico di Siena, Castelvecchio. Dalla Torre del Mangia si prende la ripida salita a destra verso la Piaggia del Forno delle Campane di San Desiderio, dove ancora oggi è presente un forno le cui profumate fragranze si possono apprezzare sin da via di Città. Si passa davanti alla grande porta laterale del “Duomo Nuovo”, un gioiello di rara bellezza dell’architettura gotica italiana, e si scende la ripida scalinata. Sulla destra si vede sporgere dalle abitazioni un durissimo sperone di tufo misto a pietra. Si è arrivati davanti al Battistero di San Giovanni Battista, costruito nella prima metà del Trecento. Al suo interno si conserva il fonte battesimale realizzato da alcuni dei più grandi scultori del Rinascimento italiano: Donatello, Lorenzo Ghiberti e Jacopo della Quercia. Nel riprendere il percorso si giunge a curiosare in uno dei vicoli più caratteristici di Siena: il vicolo delle Carrozze. Percorsa via della Galluzza, fortemente in pendenza, e attraversato lo stretto vicolo del Tiratoio, tra i tetti delle case, un tempo abitazioni dei lanaioli, tessitori e filatrici, sbucano all’improvviso le sagome del campanile e della cupola della Cattedrale.

DINTORNI

Accanto al vino nel Chianti, la sapienza rurale ha prima preservato e poi rilanciato l’olio, ha recuperato la razza di Cinta senese e una misurata pastorizia, che dà eccellenti pecorini. Boschi e vigneti, borghi isolati e strade che inseguono l’allegra morfologia di una terra riservata e orgogliosa del suo sangue blu: così appare il Chianti al ciclista che vi si avventura spinto dalla voglia di scoperta su magnifiche strade che conoscono appena il rumore dei motori. Conosciuto in tutto il mondo come il territorio del vino, il Chianti è una terra che offre agli amanti della bicicletta una grande varietà di proposte: dalle strade bianche dell’Eroica, agli itinerari per boschi e valli fino a stupendi percorsi lungo strade secondarie, ben tenute e sicure. Il primo percorso parte dal chilometro zero di Colonna del Grillo in Castelnuovo Berardenga ed attraversa i più significativi luoghi del chianti senese. Tra questi, superata Staggia, dopo circa 75 chilometri dalla partenza, la salita della Strolla, ribattezzata  “Il canto del Gallo”. La prima parte del percorso segna il confine tra le Crete ed il Chianti: Siena è sullo sfondo e ben si vede spesso il suo profilo. Da Castellina, passando per Radda, Brolio e poi da Gaiole è un continuo incontro con polli, animali selvatici, vigneti, fattorie e piccoli centri dove abbondano osterie, agriturismi, locande per ogni esigenza e per ogni tasca. Il percorso si distende su una vasta area, penetra nel cuore della Montagnola Senese, arriva alle propaggini meridionali delle vallate dell’Elsa e del Cecina, rotolando a sud, fino alla Valle dell’Ombrone, dove il fiume si insinua nella Maremma grossetana, in un territorio tipicamente collinare caratterizzato da una varietà sorprendente di ambienti naturali, per poi toccare Siena. Il secondo sentiero è detto Sentiero della Bonifica e non presenta difficoltà tecniche. Dal punto di vista altimetrico è decisamente facile sviluppandosi costantemente in pianura. Può essere affrontato anche da ciclisti non allenati considerando però la propria autonomia. La traccia ciclopedonale non attraversa centri abitati ma con brevi deviazioni è possibile raggiungere borghi e cittadine della Val di Chiana. Il terzo sentiero è il percorso Eroica, interamente segnalato, che si caratterizza per un’altimetria in continuo movimento su strade asfaltate e sterrate. In particolare la parte sterrata si sviluppa per 112 km su tracciati che presentano un fondo regolare. Un cicloturista mediamente allenato può affrontarla tranquillamente in 3 tappe, ma chi viaggia senza fretta con l’intenzione di vivere e conoscere il territorio, oltre a pedalare può programmare anche un periodo di cinque giorni.

Andando ad analizzare più nel dettaglio le regioni di cui si compone il senese, troviamo anzitutto la Val d’Elsa; essa è stata prima di tutto una via, negli ultimi cent’anni ha vissuto appartata, perché penetrarla significa deviare dagli itinerari toscani più consueti. Concentra in sé tutte le caratteristiche distintive dell’identità toscana che sono l’arte, il buon mangiare e il meglio bere, il paesaggio, le dimore contadine e definisce con nettezza le proprie identità particolari. Parallelamente al tracciato veloce della superstrada Firenze-Siena, scorre quello della Cassia che da Monteriggioni ci offre l’opportunità d’aggirare la Montagnola, prendendo così contatto con una origine senese primigenia e, arrivando alla zona delle Caldane, le antiche terme etrusche che sfruttavano le acque calde dell’Elsa, risalire, costeggiato il monte Maggio, se si vuole fino a Casole, puntare su Radicondoli e, tornando un po’ sui propri passi, per una stradicciola innestarsi sulla via Volterrana all’altezza della torre di Montemiccioli che fu il remoto confine tra Volterra e la Val d’Elsa. La 68 è la strada più panoramica per entrare nel territorio da Ovest verso Est: ci si lascia alle spalle Volterra, poi all’altezza di Castel San Gimignano si può decidere o di puntare direttamente su Colle Val d’Elsa oppure prendere il bivio a sinistra per San Gimignano passando accanto a Castelvecchio, un sito archeologico di assoluto fascino, e, toccando San Donato e Pescille, giungere alla “città delle belle torri” da dove poi proseguire per sette/otto chilometri fino a Poggibonsi e risalire dopo altri 8 chilometri fino a Colle Val d’Elsa. Ma c’è un altro itinerario suggestivo, che è quello che si snoda lungo la Strada 429: la si prende poco oltre Firenze da Tavarnelle Val di Pesa e calando a Sud per una quarantina di chilometri tra le ferrovia Empoli-Siena e l’Elsa si giunge a Poggibonsi. La 429 attraversa Castelfiorentino e Certaldo e la suggestione sta nel fatto che questa strada si snoda lungo il più recente tracciato della Francigena, quella che all’altezza di Poggio Bonizio piegava per San Gimignano e poi ridiscendeva verso Colle e Monteriggioni. Sorge improvvisa come un sussulto della terra, su di un colle che domina la parte sud-ovest della Val d’Elsa. San Gimignano è una città che ha sempre puntato in alto, a sfidare i potenti per farsi potenza essa stessa. Già feudo dei vescovi di Volterra e prima ancora insediamento etrusco e poi romano, San Gimignano si affranca nel Duecento e cade definitivamente sotto Firenze un secolo e mezzo dopo. La città cinta interamente da mura si articola ancora sull’antico impianto con il tracciato della Francigena e con l’antica strada fiorentina. Sulla sommità della collina dove San Gimignano è stata costruita si aprono le due piazze principali, quella della Cisterna che è un triangolo contornato da edifici e quella del Duomo dove si concentra tutto il potere con il palazzo del Comune e appunto il Duomo. E’ un luogo unico che sciorina la Collegiata, il Palazzo del Popolo che ha la torre più alta, ora sede del Comune e conserva la sala di Dante (dove il poeta venne a fare ambasceria nel ‘300), quelle delle udienze segrete e un affresco del Sodoma, bellissimo, la rocca di Montestaffoli, Sant’Agostino e poi ha le porte, i palazzi patrizi, i musei civico, etrusco e di arte sacra. Ma c’è un luogo dove l’anima di San Gimignano si disvela: è la Spezieria di Santa Fina, ora nel complesso che ospita anche il Museo Archeologico e la Galleria d’Arte Moderna. Qui sono custoditi reperti di civiltà: le attività di assistenza ai pellegrini della Francigena, e Santa Fina rappresenta ancora la consolatrice, l’anima popolare di una città che ogni giorno aveva a che fare con la religione e che ha elevato agli onori dell’altare per impeto popolare una sua figlia. Non a caso uno dei capolavori assoluti di San Gimignano è, e resta, la Cappella di Santa Fina con il ciclo degli affreschi del Ghirlandaio. Ma è soprattutto Monteriggioni che rappresenta l’esempio più suggestivo di cerchia muraria ancora intonsa. E’ una corona, o meglio è la Corona che nelle vecchie 100 lire cingeva la testa d’Italia; edificata tra il 1212 e il 1219, rappresenta il tentativo di fortificazione senese posto a controllo della via Francigena per contrastare la continua espansione fiorentina. La cittadina, sorta nel X secolo lungo la via Francigena o Romea, che metteva in comunicazione, attraverso i santuari, l’Europa occidentale con Roma, evoca un’immagine dell’Italia medievale operosa ed intraprendente, elegante e raffinata. E’ inoltre famosa per le sue 14 torri, erette a simbolo della ricchezza e del potere delle famiglie di mercanti che vi risiedevano. La città è entrata a far parte dei luoghi tutelati dall’Unesco nel 1990. Percorrendo il raccordo autostradale che da Firenze conduce a Siena, giunti in prossimità di Poggibonsi, si scorge in alto un’imponente corona muraria: si tratta del perimetro esterno della Fortezza medicea costruita agli inizi del Cinquecento per volontà di Lorenzo il Magnifico. Il progetto non fu portato a pieno compimento e pertanto non venne realizzato il nucleo urbano previsto al suo interno. Edificate tra il 1212 e il 1219, le mura di Monteriggioni rappresentano con esplicita e sfacciata eleganza un tentativo di fortificazione senese posto a controllo della via Francigena per contrastare la continua espansione fiorentina. Monteriggioni si è tramandata fiera e intatta sia perché non è mai stata minacciosamente assediata e sia perchè il tradimento, nel 1554, del comandante delle truppe senesi, la consegnò senza colpo ferire nelle mani dei Fiorentini. La Val d’Orcia può essere vissuta attraverso un’immersione nelle sue terre dove la natura fa da protagonista, grazie ai numerosi sentieri che si possono imboccare a piedi o a cavallo, ma anche ad altri mezzi che permettono di gustarla rispettando l’ambiente, come ad esempio il Treno Natura. Abbandonata dai convogli ordinari nel 1994, la linea ferroviaria che collega Siena con la stazione di Monte Antico e Grosseto, passando Asciano, Torrenieri e la valle dell’Asso, è oggi percorsa dalla primavera all’autunno dal Treno Natura. A volte le feste, le sagre gastronomiche, i concerti di gruppi corali e di bande danno al viaggio il carattere di uno spettacolo itinerante. Di solito vengono utilizzate delle “littorine” degli anni Cinquanta. In qualche caso, però, il convoglio è composto dai vecchi vagoni “centoporte” di terza classe, con i sedili in legno, ed è trainato da sbuffanti locomotive a vapore dei primi anni del Novecento. Il lento incedere della vaporiera ben s’intona all’armonia della Val d’Orcia. Viottoli, carrarecce, sentieri invitano il visitatore a muoversi lentamente, ad assaporare ciò che vede, a sostare di fronte ai panorami e ai monumenti ma anche davanti ai dettagli del paesaggio: casali, cipressi isolati, calanchi. Gli amanti del vino possono salire a Montalcino attraversando i vigneti del Brunello. Chi preferisce i panorami può seguire il crinale tra Radicofani e Contignano, di fronte all’Amiata. Il sentiero delle gole dell’Orcia offre ambienti e flora mediterranei. Progettato dalle istituzioni locali con un team di grande valore che comprendeva esperti scientifici come Vieri Quilici, Alberto Asor Rosa, Paolo Leon, Paolo Urbani e Giorgio Pizziolo, il Parco Artistico, Naturale e Culturale della Val d’Orcia comprende i territori comunali di Castiglione d’Orcia, Montalcino, Pienza, Radicofani e San Quirico d’Orcia. Punta a tutelare il paesaggio, ma anche a promuovere lo sviluppo del lavoro e della vita dell’uomo. L’Amiata è il luogo ideale per escursioni a piedi che permettono di godere nel modo migliore questo mondo incantevole. Il cuore caldo della montagna regala acque benefiche. Il vulcano ormai dorme profondamente, ma nelle vene della montagna scorre acqua sulfurea, grazie alla quale sono nati i bagni termali di San Filippo, che permettono di rilassarsi tra una tappa e l’altra tra gli scenari dell’Amiata. La storia dell’Amiata e della sua gente conosce un momento di particolare intensità dalla seconda metà dell’800 quando la scoperta di straordinari giacimenti di cinabro trasforma per un secolo la vita della gente amiatina, fino a quel momento abituata a “pan di legno e vin di nuvole”, vale dire polenta e acqua. L’inizio dell’attività estrattiva porta crescita economica di una terra molto povera, emancipazione e cambiamenti sociali. Le prime ad aprire, nel 1866, furono le miniere del Siele, le cui strutture oggi sono un interessante esempio di archeologia industriale immersa nella Riserva Naturale del Pigelleto. Poi fu la volta delle Solforate, nel 1873, del Cornacchino nel 1879 e di Abbadia San Salvatore a inizio Novecento. L’epoca della fatica e del riscatto sociale dura un secolo, fino al 1976, quando si ferma per sempre l’ultima miniera. Nella “Torre dell’Orologio” si conservano documenti e oggetti che illustrano i sistemi di escavazione ed estrazione del metallo, la vita dei minatori e le diverse destinazioni del cinabro, da antico prodotto alchemico a moderna risorsa industriale. Chianciano Terme è senza dubbio una località il cui nome non è scindibile dal concetto di benessere termale. Dagli etruschi ai romani, poi attraverso il Rinascimento, fino ai giorni nostri, Chianciano Terme si è evoluta fino a diventare un esempio assoluto di “città termale” senza tuttavia rinnegare le proprie radici, che mantiene gelosamente in un centro storico fra i più graziosi del territorio. Dire che Montepulciano è ricca di opere d’arte, è banale, riduttivo e non rende affatto l’idea. E questo per il semplice motivo che Montepulciano è essa stessa, nella sua essenza, un’opera d’arte. Qui il Rinascimento ha avuto il suo massimo splendore e ha raggiunto vette elevatissime nei tanti palazzi dalle linee pure ed eleganti, nella mole del Tempio di San Biagio, nella scabra facciata del Duomo, rimasta incompiuta come tante sinfonie, eppure già bella così, nella maestà della sua piazza, piazza Grande, che è grande soprattutto per i tesori di cui è circondata. E poi Montepulciano è vino ma è anche acqua, che trova la sua esaltazione nelle polle benefiche delle Terme di Montepulciano. Pienza è un sogno realizzato, è la voglia di creare qualcosa di unico, è l’incredibile atto d’amore che un Papa illuminato, quale era Pio II Piccolomini, volle dare a quel misero villaggio che gli aveva dato i natali, oltre cinquecento anni fa, per trovarsi inaspettatamente al cospetto di una delle più belle piazze d’Italia; sulla quale non per niente si affaccia il palazzo di un Papa. I borghi e le cittadine della Val di Chiana, sembrano disposti secondo uno schema preciso, quasi matematico, che li vede posti a cinque chilometri, o poco più, l’uno dall’altro. Il bello, nella sua accezione più assoluta, lo si trova a Montepulciano, non a caso definita la perla del ‘500, che si fregia delle opere di architetti rinascimentali come Michelozzo, il Sangallo e il Peruzzi, che hanno profuso il loro ingegno in edifici civili e religiosi di incredibile eleganza. L’area attorno a Cetona, splendido borgo alle pendici del monte omonimo, ha restituito tracce evidenti e importanti di questi insediamenti preistorici. Tra questi, delle grotte in cui sono venuti alla luce reperti classificabili tra il Paleolitico e la fine dell’Età del Bronzo. Sempre nel territorio della Val di Chiana, altri musei espongono ricchissimi corredi frutto di campagne di scavi anche recentissime. I chiari, così chiamati dagli abitanti della Val di Chiana, sono il lago di Chiusi e quello di Montepulciano. Si può gettare uno sguardo da uno dei tanti paesi che si affacciano sulla vallata, puntare verso oriente, ed ecco apparire il chiarore, appunto, dei due laghetti, due piccoli veli d’acqua posati come due specchi di presepe in mezzo alla campagna. La ricompensa che si avrà a passare da una sponda all’altra sarà l’emozione impagabile di vedere un airone rosso o una garzetta che si involeranno fra i canneti. Il percorso attraversa il cuore della val di Chiana, partendo dal lago di Chiusi e risalendo il Canale Maestro della Chiana fino ad Arezzo. Lungo il percorso molte sono le testimonianze architettoniche dell’ingegno umano applicato ad una delle più imponenti opere di bonifica idraulica italiane.

2 aprile 2014 |

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